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Una prima intervista a Aldo Rinaldi

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Vai in barca da quando eri bambino, una passione che dura da più di quarant’anni, Hai un momento particolare che ricordi ti abbia fatto scattare la scintilla per la vela?

Avevo 10 o 11 anni, io e un gruppetto di amichetti, partivamo con il nostro optimist da Sulzano, sul lago d’Iseo, dove passavo tutta l’estate a casa dei miei nonni.

Eravamo io, Ugo, Giangiacomo Ciboldi, mio cugino Manlio e, dal pontile di casa, raggiungevamo la parte più ventosa del lago, dove ci aspettava Daniele Cassinari. Non avevamo un’allenatore o il gommone di assistenza: andavamo da soli e imparavamo da soli. Ho un ricordo particolare di un’uscita: io andavo come un razzo, quel pomeriggio ero il più veloce del gruppo. Ero più veloce anche di Daniele (Daniele Cassinari è un anno più giovane di me. Avrà avuto forse 9 anni ed era già il nostro idolo, noi bambini lo vedevamo già come un campione).

Questo è il primo ricordo che ho di una forte emozione in barca.

 

 

Mi racconti le tue esperienze più emozionanti legate alla vela?

Di sicuro, il mondiale Moon30 di Hilton Head. Ero con Capricorno, di Del Bono, che ai tempi era l’armatore più importante d’Italia.

Ero in equipaggio con Giovanni Cassinari. Un mondiale oltreoceano con una barca prestigiosa e un equipaggio dei più validi del panorama internazionale. Nient’altro d’aggiungere.

La regata che ricordo con più soddisfazione è invece Il mondiale di Melges24 a Porto Cervo. In equipaggio con Bursich, al timone, che è arrivato a stagione iniziata, Checco Ivaldi in competizione con i suoi fratelli maggiori su un’altra barca nella stessa regata.

C’era una motivazione in ognuno di noi molto forte, un’energia mai provata su altre barche. Abbiamo fatto un risultato sopra le aspettative di tutti, le nostre prima di tutto, lasciando dietro personaggi molto noti della vela mondiale. Una grossa soddisfazione.

Un altro ricordo che mi emoziona ancora molto è legato a una regata di Melges24, in Danimarca, nel 1997, con Giorgio Zuccoli e Franco Niggeler. Quando regatavamo, veniva sempre a vederci con un piccolo trimarano, Paul Elvstrom, che era un caro amico di Giorgio. Paul Elvstrom veniva in barca direttamente da casa sua.

Una sera, dopo una regata, ci ha invitato a bere l’aperitivo a casa sua.

Come per tanti velisti della mia età, Elvstrom era il mio idolo; avevo i suoi libri, le sue fotografie, avevo visto la sua casa su una fotografia in un libro e, quella sera, mi trovavo in casa sua a bere e a chiacchierare insieme a lui. Non ci potevo credere.

 

Hai vissuto gli anni ‘80 e ‘90, anni magici per la vela.

Sono stati anni dove c’erano tante opportunità. Molti armatori investivano nelle classi monotipo e di altura, molti campioni delle classi olimpiche regatavano su queste barche e c’era una forte richiesta di equipaggi. Quindi, anche senza essere professionista avevi l’opportunità di essere in barche notevoli e fare tante esperienze. La mia generazione è nata quando iniziavano a nascere i circoli in Italia, passavamo le giornate al circolo e ancora adesso riempiamo i circoli. Alcuni continuano ad andare in barca, altri ci vanno ormai solo per l’aspetto goliardico, ma è la nostra casa. Non è la stessa cosa per le nuove generazioni.

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